L'eleganza della Lambretta

Il design del primo modello progettato da Cesare Pallavicino

Era stata gettata nell'erba e i rovi da chissà quanti anni, dietro la rimessa di un carrozziere in un paese dei Lepini.
Mi avvicinai convinto di trovare una "D", che era quella che più ricordavo, invece la prima cosa che notai lì tra le erbacce sotto di me: due grandi corna di ruggine di un'animale ormai estinto.

Restai in silenzio ad osservare, rintracciando tra i ricordi le immagini che immediatamente si erano messe a scorrere nei miei pensieri.
Girai gli occhi verso mio cognato, diceva qualcosa che non percepii assorto com'ero nel progettare  il da farsi.

- Mi stai sentendo?
Mi chiese.
- Che ne pensi, ne vale la pena?
- Digli che la prendo.
- Quanto gli vuoi dare?
- Fai tu... il meno possibile, non vedi com’è ridotta?!

Ed era vero, completamente arrugginita, senza la ruota anteriore, con il serbatoio infinitamente bucherellato, una marmitta palesemente non sua, il bauletto urtato e piegato a metà e delle selle solo lo scheletro; ma per il resto ad eccezione del carburatore c'era tutto anche la targa: LT 2106.

-Che modello è? Aggiunse.
-Penso uno dei primi... fine quaranta inizi cinquanta.
-Ma sei proprio sicuro di volerla prendere? Forse se aspetti un po' riesco a trovarne una migliore, questa è troppo malandata per poter essere restaurata.

Guardandola mi resi conto che avevo già deciso dal primo momento; era veramente bella e anche se non sapevo nulla di "lei" non potei non notare l'accuratezza delle forme, quel copriruota “Art Nouveau”, il robusto telaio che improvvisamente si sdoppiava in due tubi sottili, avvolgenti il
serbatoio ed il baule, raccordati su essi che ripetevano il motivo del manubrio.

Il motore inserito nel prolungamento del telaio, da un lato evidente, compatto,  dall'altro appena visibile, quasi un accessorio della "macchina".
I parafanghi con delle piegature inclinate così misurate, espressione di una progettazione visuale estremamente precisa.
Ogni linea, ogni minimo grado, era lo studio puntiglioso di "qualcuno" che ricercava nell'oggetto l'eleganza. Non uno strumento rude, aggressivo, ne tantomeno esagerato bensì dolce, femminile, aggraziato. Tutto questo a discapito di una realizzazione più economica e meno complessa per
l'industria produttrice, perché composta da parti assemblate, scatolate, sagomate, pezzi in ottone, fusioni di alluminio e poi cromature, staffette, aggiunte, molleggi complessi e nascosti, percorsi che si adattano alle forme, nascono da esse.

Chiunque l'avesse disegnata, affermava una nuova idea, imponendo grazia estetica non riscontrabile prima se non nell'auto; non lo scooter né la moto erano mai apparsi così armoniosi.
Il progettista era un designer  non solo un tecnico  e come per ogni bravo designer, la forma non è solo funzione, ma estetica e funzione e lo studio di ogni più piccola parte è conseguenza
progettuale raffinata.

Una stretta di mano siglò la vendita, un paio di giorni per organizzare il trasporto.
Per informarmi iniziai in biblioteca poi dal passato concessionario e finalmente la certezza: era  un modello "B" del 1949 progettato da Cesare Pallavicino, ingegnere aeronautico alla "Caproni"
assunto alla Innocenti per la riconversione bellica che realizzò nel 1947 il modello A, migliorato nel 1948 con l'aggiunta della sospensione posteriore e del cambio sul manubrio nel modello B.

A questo modello e a questo progettista succedettero nel 1950 il tipo C di Pier Luigi Torre che
mantenne del precedente solo il nome: Lambretta, riprogettando ogni parte nel solo intento della
funzionalità, della rapidità di realizzazione e sopratutto dei vantaggi economici.

Funzionalmente il modello "C" è un chiaro esempio di applicazione razionale: un tubo sagomato con le ruote che segna il passaggio dall'ideazione complessa e vincolata della grazia formale,
all'assemblaggio di pezzi semplici.

Il dopoguerra si allontana sempre più, la cultura preme verso la velocizzazione di ogni desiderio, il raggiungimento immediato dei beni stimola l'abbandono di certe raffinatezze che solo
recentemente verranno studiate, rivalutate e ricercate.
 
Per la Lambretta da restaurare contattai i club, le associazioni, le riviste, i registri storici, gli
esperti ed effettuai telefonate e fax a mezza Italia.
Presi a frequentare i mercati, le mostre, i raduni raccogliendo notizie ed esperienze sull'arte del restauro che è durato nove mesi, come una gestazione e con più di venti persone per le varie riparazioni.

Ogni tanto, riguardandola o rivedendo le foto di com' era, provo qualcosa difficile da descrivere: come se tutto non fosse dipeso completamente da me, ma suggerito da "lei".

Economia Pontina n° 341 - 1994